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Quante volte avete partecipato a un convegno e avete visto un relatore presentare slide fitte di testo, con colori improbabili o piene di grafici incomprensibili? Il risultato è spesso quello di rendere difficilmente comprensibili anche contenuti molto interessanti.

Qui trovi alcuni consigli per rendere le tue presentazione in Power Point più chiara, più comprensibile e più efficace.

Scoprirai, ad esempio che è utile affiancare delle immagini al testo: le persone ricordano solo il 10% di quello che ascoltano ma questa percentuale sale al 65% se ascoltano e allo stesso tempo vedono un contenuto.

Se sei interessato all’argomento forse può interessarti anche questa: Presentazioni efficaci: come organizzare il discorso.

Come organizzare gli elementi del discorso per convincere chi vi ascolta e presentare al meglio le vostre proposte? Lo racconto in questa presentazione che sintetizza alcuni elementi che ho sviluppato nel corso “Comunicazione istituzionale efficace” per la Scuola Nazionale dell’Amministrazione

Quante volte ci è capitato nel corso di una presentazione di non vedere l’ora che fosse finita, di distrarci o sbadigliare? Ovviamente si tratta di presentazioni che non riescono a raggiungere l’obiettivo.

Spesso, infatti, ci si concentra sul contenuto della presentazione, sul tema da trattare, ma ci si dimentica lo scopo che si vuole raggiungere.

Definire chiaramente l’obiettivo della presentazione è, quindi, il primo passo da compiere. Cosa vogliamo ottenere con questa presentazione? Far passare una proposta? Dare un’informazione? Invitare le persone a visitare un sito? E’ importante chiarirlo prima di iniziare a preparare la presentazione.

Ma come procedere poi?

L’organizzazione dell’informazione è un elemento importantissimo. Qui trovi una proposta di schema per organizzare l’informazione in modo efficace: quali informazioni inserire prima, quali dopo? In che modo condurre le persone che ti ascoltano a prendere la decisione che proponi?

Se vuoi approfondire il tema forse può interessarti anche questa presentazione: Parlare in pubblico: come superare l’ansia, tenere viva l’attenzione e farsi capire

Come dare un’immagine di sicurezza e di professionalità? Come usare il corpo, la voce e lo sguardo per attirare l’attenzione di chi ci ascolta e farsi capire? Come superare l’ansia?

Parlare in pubblico genera ansia e tensione anche negli oratori più esperti. Una recente ricerca ha dimostrato che fra le fobie delle persone parlare in pubblico viene prima della guerra, della bancarotta e delle malattie.

Il risultato? Molto spesso chi parla in pubblico inizia a parlare o a leggere il proprio intervento velocemente con la testa tuffata sul proprio testo scritto senza guardare il pubblico. Lo fa a ritmo velocissimo, proprio per finire il più in fretta possibile e terminare la situazione di disagio.

Le persone non riescono a seguirlo, si distraggono o addirittura non riescono a sentire quello che dice. Un oratore che non sa usare il linguaggio del corpo, il tono della vice, che non interagisce con l’uditorio, non consente di far arrivare il suo messaggio.

In questa presentazione ho sintetizzato alcuni di consigli utili sia a chi non ha mai parlato in pubblico sia a chi lo fa più spesso ma vuole migliorare il suo stile.

“Decidere di abbandonare l’università è stata la decisione più importante della mia vita”. Lo racconta Steve Jobs in uno dei suoi discorsi più noti. Scopri quali sono gli elementi che gli hanno permesso di trasformare un evento potenzialmente negativo in un elemento positivo

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dal mio blog su Linkiesta

Peter Falk aveva un occhio di vetro e veniva deriso quando diceva che voleva recitare a Hollywood. “Con lo stesso prezzo posso avere un attore con due occhi” gli disse un produttore scartandolo a un provino. Eppure è riuscito a regalare ai pubblici di tutto il mondo momenti indimenticabili di cinema e di televisione facendo del suo sguardo sghembo un marchio di fabbrica

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Il risultato dei referendum ha puntato i riflettori sulla Rete, su Facebook e Twitter in particolare e darà luogo a una “corsa all’oro” di chi finora era rimasto a guardare. Ma bisogna sfatare un mito: stare sui social network non basta. Riproporre vecchi schemi su nuovi media è fallimentare. Per andare lontano sul web bisogna invece essere capaci di passare una nuova mentalità. Con tre passaggi, tre cambi di prospettiva che possono migliorare il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri

dal mio blog su Linkiesta

Finalmente i media mainstream si sono accorti della Rete. I vecchi baroni dell’informazione di carta e i grandi feudatari della comunicazione italiana hanno capito che – udite udite – “bisogna stare sui social network”.

Il successo ai referendum ha catalizzato l’attenzione su Facebook e Twitter e non è difficile ipotizzare l’inizio di una “corsa all’oro” da parte di chi finora era rimasto a guardare.

Ma è bene sfatare un mito: non basta “stare” su Twitter o Facebook, avere un profilo, postare commenti e link e magari qualche foto.

I social network impongono invece un cambiamento di mentalità: stare sui social significa pensare in maniera social.

Cosa vuol dire in termini concreti? I social media implicano tre passaggi, tre cambi di prospettiva senza i quali si continuerebbe a fare il giornale di carta usando la Rete condannandosi a un rapido insuccesso. Vediamo quali sono.

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Per una fortunata coincidenza mi sono capitate sotto gli occhi queste righe, tratte dall’ultimo libro di Jacques Séguéla, pubblicitario francese di successo, celebre per aver curato la campagna elettorale che portò Mitterand all’Eliseo nel 1981. Ecco cosa scrive:

«Un comunicatore (…) deve guardarsi bene dal fare politica. Ogni eccesso di militanza lo rovinerà. Il suo interlocutore si aspetta da lui non la voce del consenso, ma quella dello scetticismo, dell’opposizione, in una parola dell’empatia nel senso psicologico del termine, vale a dire una totale neutralità di ascolto e di analisi.

La sua forza sta nella sua professionalità, non deve mai lasciare che si tinga di favoritismo. Non è un gioco facile: il potere rende ciechi e la corte gli fa la corte. Al comunicatore spetta fare il suo mestiere, che non sta nel lusingare, ma nel rivelare le debolezze, se non addirittura gli errori del suo candidato. Non è il ruolo più bello».

Mi sembrano parole da tenere a mente.

Google Buzz: serve o non serve? L’ennesima diavoleria che ci fa perdere tempo o un’occasione per crescere e imparare?

Come tutti gli strumenti la risposta non è contenuta in un’ipotetica natura intrinseca bensì nell’uso che ne facciamo. Nel mio caso ho la fortuna di avere fra i contatti alcuni “buzzer” di serie A.

Uno è il mio amico Carlo Valbonesi che ha postato un interessantissimo articolo tratto dal blog Zenhabits.

Raccoglie alcuni consigli per semplificare la propria vita cominciando dall’ottimizzazione delle abitudini di lavoro.

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Rendere comprensibile una tabella di dati, comunicare temi complessi usando un numero limitato di parole, riempire di significato elementi altrimenti aridi ed ermetici.

È il compito dell’infografica, sempre più utilizzata nella comunicazione contemporanea.

Information is beautiful è il blog di David McCandless, architetto dell’informazione che raccoglie esempi interessanti di utilizzo della componente visiva per migliorare la comprensione e la memorizzazione dei messaggi.

L’ultimo post propone un esempio interessante: un articolo del Guardian Data blog sui fondi stanziati per le forze armate.

Con solo due infografici riesce a rendere chiara la distribuzione internazionale delle spese militari. Indovinate qual è il paese che spende di più.

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Il libro

Le parole sono importanti (Carocci editore)

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Gianluca Giansante, ricercatore, formatore e consulente di comunicazione... continua

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