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Dalla prima pagina de Il Riformista
(13 dicembre 2010)

Accorto e pacato in apparenza, ma pronto alla competizione elettorale, possiamo riassumere così il senso dell’intervento di Berlusconi in Senato.

Il tono del discorso è mellifluo e sobrio, Berlusconi preferisce leggere il proprio intervento: una scelta piuttosto inusuale per un politico che è solito parlare “a braccio” anche nelle occasioni ufficiali.

La scelta si spiega con la delicatezza del momento: una sola parola oltre le righe avrebbe potuto compromettere l’obiettivo dichiarato dell’intervento, convincere qualche peone dell’opposizione a non votare la sfiducia.

Tuttavia l’analisi del linguaggio non verbale di Berlusconi ci rivela qualcosa di diverso, soprattutto se paragonata all’intervento pronunciato in occasione del voto di fiducia del 29 settembre.

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da Il Riformista, 4 novembre 2010

Le vicende di Ruby aggiungono un nuovo capitolo alla saga degli scandali sessuali che vedono coinvolto Silvio Berlusconi. Chi conti nella capacità della storia di incidere negativamente sui consensi del presidente del consiglio dovrà tuttavia prepararsi a una delusione.

I primi sondaggi mostrano, infatti, una sostanziale tenuta della popolarità per il principale partito della maggioranza, marcando una tendenza che, con ogni probabilità, è destinata a consolidarsi.

Non è una novità per chi si occupa di comunicazione politica: che gli scandali sessuali non influenzino gli uomini politici in termini di voti è ormai sostanzialmente assodato.

Un indizio molto forte lo aveva fornito la vicenda Clinton-Lewinsky. Tuttavia in quel caso a confermarla erano stati solo i sondaggi sul clima di opinione che, per quanto accurati, sono tuttavia condotti su un campione limitato.

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Pubblicato su Il Riformista del 17 settembre 2010

“Per giorni migliori, rimbocchiamoci le maniche”. È lo slogan scelto dal Partito democratico per la nuova campagna di affissioni che segna la ripresa dell’attività politica dopo la pausa estiva.

Tre i temi scelti per declinare lo slogan: tasse, istruzione e disoccupazione; per ciascuno una breve frase introduttiva precede un secondo claim, “la pazienza è finita”.

La figura di Bersani accovacciato con la camicia accorciata si staglia sullo sfondo bianco. La scelta grafica, pulita e minimalista contribuisce a creare un’immagine di chiarezza e aumenta la comprensibilità dell’insieme.

Lo slogan “la pazienza è finita” riporta allo stile casalingo e familiare del piccolo mondo antico che il segretario del partito evoca spesso nei propri discorsi. La metafora del rimboccarsi le maniche, invece, fa riferimento al mondo del lavoro, a  un ambiente contadino e popolare, al profumo di sigaro toscano e lambrusco delle bocciofile. Leggi il seguito di questo post »

da Il Riformista, 7 settembre 2010

“Politica”. È questa la parola che ricorre più spesso nel discorso di Fini a Mirabello, un discorso che arriva a chiudere una telenovela politica lunga un’estate e ad aprire una nuova fase per il centrodestra italiano.

Quello di Fini è un discorso che lascia poco spazio alla retorica e alla ricerca dell’applauso facile ma che è invece profondamente politico e razionale.

È politico perché la sua forza non sta nella capacità di infiammare gli animi ma in quella di riproporre Fini come leader di una parte della destra che – con l’appiattimento dei colonnelli sulle posizioni filo-berlusconiane – sembrava aver perso ogni punto di riferimento nazionale.

Non a caso sono i punti in cui Fini si distacca più profondamente da Berlusconi (e dalla Lega) quelli che suscitano maggiore entusiasmo fra il pubblico. È nella prima parte del discorso, con la rivendicazione di un garantismo che non significhi impunità, con la critica alla politica dei tagli lineari nella scuola, con la distinzione fra lotta all’immigrazione clandestina e “integrazione dell’immigrato onesto”. Leggi il seguito di questo post »

Il Riformista, 24 agosto 2010

Parte la campagna Commitment di Obama, in vista del voto per il Senato del prossimo novembre. Si tratta della riproposizione di una strategia elettorale che giocò un ruolo importante nella vittoria del 2008. Il meccanismo su cui si basa è semplice: fare a quante più persone possibile una semplice domanda: “Ti impegni a votare nelle elezioni del 2010?”.

I volontari democratici stanno già percorrendo le strade delle proprie città, fermando i passanti e bussando alle porte, ripetendo la stessa, semplice domanda. Via telefono o via e-mail (è stata allestita una pagina dedicata sul sito my.barackobama.com) il quesito raggiungerà milioni di americani.

Perché un simile dispendio di energie che potrebbero essere impiegate per evangelizzare i conservatori e motivare gli indecisi? Leggi il seguito di questo post »

da Il Riformista, 11 agosto 2010

Non passa giorno in Italia senza che qualche opinionista più o meno titolato non ripeta in televisione o sulla carta stampata l’originale tesi secondo la quale nel nostro paese il merito non viene valorizzato, con il tradizionale corollario che recita «per potersi affermare onestamente bisogna andare all’estero».

Si tratta di un convincimento largamente condiviso dall’opinione pubblica, che tuttavia non rappresenta una novità: contiene infatti una serie di (pre)giudizi che affondano le radici in profondità nella storia delle idee del nostro Paese.

Il più interessante è quello che dipinge l’Italia come il paese della “spintarella”, contrapposto al “Regno del Merito”, che si estenderebbe fuori dai confini nazionali. Da una parte l’Italia, dove imperano la raccomandazione e il “familismo amorale”, per usare una fortunata espressione coniata da Edward Banfield. Dall’altra, l’estero, entità indistinta che mette insieme Stati Uniti e Spagna, Gran Bretagna e Francia, solo per citare qualcuna delle mète più amate dai “cervelli in fuga”.

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da Il Riformista, 5 agosto 2010

“Non siamo traditori”. Con questa frase, riportata da tutti i media, Fini ha commentato la linea del proprio gruppo parlamentare sul voto di sfiducia nei confronti del sottosegretario Caliendo.

Il leader di Futuro e Libertà dimostra così di avere appreso solo in parte la lezione di Berlusconi sulla comunicazione e di maneggiare maldestramente alcuni strumenti cruciali per la costruzione del consenso.

Come la negazione. La mente umana, infatti, ragiona solo in termini positivi: nominare il termine “traditore”, sebbene per respingerlo, evoca un “frame”, un quadro di riferimento, un universo di significato, ci fa venire in mente un patto e qualcuno che lo viola, una persona sincera e uno spergiuro, un buono e un cattivo, quest’ultimo, interpretato – nel caso in oggetto – da Fini.

Come racconta George Lakoff in un testo classico del linguaggio politico, Richard Nixon lo imparò a proprie spese. Durante lo scandalo Watergate, per far fronte alle continue richieste di dimissioni, il presidente americano rilasciò una dichiarazione pubblica in televisione nella quale affermava “non sono un imbroglione”. Come risultato tutti pensarono che era un imbroglione.

La dichiarazione di Fini ottiene lo stesso risultato e se – presa in sé – è ben poca cosa, priva di conseguenze gravi, tuttavia risulta illuminante perché getta una nuova luce su due elementi.

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da Il Riformista, 29 luglio 2009

Da qualche giorno campeggia sui muri di Roma un nuovo manifesto del Partito Democratico, non l’avevo veramente notato fino a quando un amico* non me ne ha parlato, per criticarlo.

La scritta “La manovra è sbagliata” si staglia in bianco su sfondo arancione, mentre una grande macchia (o quella che mi sembrava una macchia) occupa la parte centrale del cartellone.

Vengo informato che si tratta del simbolo che rappresenta il QR Code, che sul sito del Pd viene così presentato: “non si tratta di un cambio di simbolo del Pd né di un errore di stampa, ma del QR Code, l’erede del codice a barre”.

“Il codice QR – prosegue la nota – può essere letto da un qualunque cellulare collegato a Internet, e permette di approfondire online l’argomento trattato a partire da un manifesto, volantino, inserzione e da tutte le forme di comunicazione tradizionale”. In pratica l’utente punta il cellulare verso il manifesto, si collega alla Rete e può così ottenere automaticamente maggiori informazioni.

Il manifesto con il QR code è un esempio del modello di comunicazione del Pd: aristocratico, presuntuoso e ideologico. Se le parole possono sembrare forti è bene capire che non sottintendono un giudizio di valore ma una constatazione di alcuni elementi. Vediamo quali.

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da Il Riformista, 27 luglio 2010

L’autocandidatura di Vendola suscita in ugual misura entusiasmi e mal di pancia nel centrosinistra. Nell’eventualità, nemmeno troppo remota, che il Capitan Futuro di Terlizzi riesca a vincere le primarie di coalizione, il risultato delle elezioni politiche è assolutamente aperto, al netto della nascita di nuovi soggetti politici e di rimescolamenti vari. A fare la differenza sarà il suo atteggiamento nei prossimi (tre) anni e la strategia scelta per la campagna elettorale.

Le campagne, nella società dei media, iniziano alla chiusura delle urne. Sarà bene che Vendola lo tenga a mente e faccia seguire a quest’annuncio una serie di mosse che contribuiscano a creare attesa ed entusiasmo intorno alla sua figura. Il che, considerato lo scenario attuale del centrosinistra, non dovrebbe essere troppo difficile.

Il leader di Sinistra e libertà dovrà inoltre essere in grado di uscire dalla dimensione localistica ed ideologica nella quale lo conosce l’elettore medio italiano. Dovrà essere capace di comunicare i propri successi amministrativi, per affermare l’immagine di un buon governatore accanto a quella del paladino della sinistra e della libertà.

Se pensasse di concentrarsi su questioni interne alla politica – per addetti ai lavori – sarebbe destinato alla sconfitta, così come se intendesse costruire la propria figura su una contrapposizione “ideologica” al berlusconismo.

Il momento cruciale, il redde rationem di questo lavoro, sarà la campagna. Dovrà essere organizzata “strategicamente” per resistere alle contromosse di una coalizione avversaria capace di distruggere e ridimensionare, nel corso degli anni, candidati ben più titolati. Il fatto che Vendola sia considerato un “buon comunicatore” non deve farlo riposare sugli allori. Veltroni docet.

pubblicato su Il Riformista, 3 ottobre 2009

“Scudo fiscale” è l’ingegnoso nome scelto per un provvedimento che, ci dicono dal centro sinistra, non è molto diverso da un ordinario condono o, volendo citare le parole di Bersani, fra i massimi esperti di economia del Partito Democratico, “una colossale ripulitura di denaro”.

L’espressione “scudo fiscale” non viene scelta a caso. Lo “scudo” è un elemento positivo, un oggetto che ci protegge dal nemico, una parola che evoca battaglie mitiche di eroi sul cavallo bianco contro draghi, orchi, mostri di ogni sorta. In questo caso il nemico, è evidente, sono le tasse.

La misura della maggioranza ovviamente non è uno scudo in senso letterale, ci troviamo infatti di fronte a una metafora, uno strumento linguistico che permette di sottolineare alcune caratteristiche di un oggetto, occultandone altre.

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