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Il termine traduce l’espressione inglese wedge issue, letteralmente, tema-cuneo. È una questione politica o sociale per sua propria natura “divisiva”, ovvero capace di dividere l’opinione pubblica e i politici. Viene lanciata da un partito che ha una posizione unitaria sul tema con l’obiettivo di dividere il partito antagonista, di “incunearsi” e creare una frattura nella sua compattezza.

Un esempio tratto dal contesto italiano sono i cosiddetti “temi etici”, spesso agitati dal centrodestra – che ha una posizione condivisa sul tema – nella speranza, spesso soddisfatta, di provocare controversie nel Partito Democratico e nella coalizione di centrosinistra.

Tre sono i principali effetti positivi dell’utilizzo di questioni-pomo della discordia: far percepire il partito opposto come diviso; attirare i voti degli elettori tradizionali dell’altra coalizione che pure si trovano d’accordo sul tema in oggetto (nel nostro esempio gli elettori di centrosinistra contrari alla ricerca sulle cellule staminali o all’eutanasia). In casi estremi un pomo della discordia può portare alla scissione dei partiti e quindi alla diminuzione della loro forza elettorale.

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Le immagini di Abu Ghraib che hanno fatto il giro del mondo e la celebre foto che ritrae gli scontri del G8 di Genova pochi istanti prima della morte di Carlo Giuliani. Due casi che mettono in luce la capacità definitoria delle immagini nel racconto politico e la loro forza nell’orientare il giudizio dell’opinione pubblica

Un’immagine vale più di mille battute, potremmo dire parafrasando l’antico adagio. Sul ruolo delle fotografie nella definizione degli eventi è superfluo soffermarsi lungamente.

Però ci sembra utile ricordare due esempi recenti, che mettono in luce la capacità e la potenza definitoria delle immagini nel racconto politico.

Il primo relativo è alle pubblicazione delle foto di Abu Ghraib e al loro effetto sulla percezione della presenza statunitense in Iraq. Come fa notare Mestrovic: una serie di “fotografie che ritraggono solo sei militari modificano la percezione di un contingente di 138,089 uomini e donne e dell’intera nazione americana” (Mestrovic 2006).

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Il termine horse race, (dall’inglese, “corsa dei cavalli”) indica una modalità di rappresentazione delle campagne elettorali che enfatizza le dimensioni competitive ed agonistiche rispetto a quelle di contenuto e programmatiche.

Piuttosto che focalizzarsi sui temi e sulle proposte politiche i media tendono sempre più spesso a descrivere le campagne elettorali come se si trattasse di un evento sportivo, per esempio dedicando spazi crescenti ai sondaggi elettorali.

I critici sottolineano che questo genere di copertura mediatica diminuisce l’attenzione nei confronti dei programmi e dei contenuti politici propriamente detti.

Si è affermato in correlazione con la crescita dell’uso dei sondaggi nel racconto mediatico delle campagne elettorali, come sostiene Thomas B. Littlewood nel suo “Calling Elections: the History of Horse-race Journalism”.


Con questo post inauguro una serie dedicata ai termini della politica. Mi fa piacere ricevere suggerimenti e “richieste”, che potete inviare in forma di commento o alla mia mail: giansante.wordpress@gmail.com

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